Pinot grigio delle Venezie: tra sfide vinte e nuovi obiettivi

Intervista con Albino Armani, presidente del neonato Consorzio, in occasione del debutto della prima annata della Doc

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Di Clementina Palese

Riunire sotto lo stesso cappello diversi territori – Veneto, Friuli Venezia Giulia e Provincia autonoma di Trento – per produrre un solo vino, il Pinot grigio delle Venezie, garantirne la qualità con un disciplinare più stringente e regole che ne consentono la tracciabilità evidenziata dalla fascetta di Stato. Ricercare una “omogeneità interpretativa” grazie all’esame di decine di commissioni di degustazione puntando a uno stile legato al buon vivere italiano, contraddistinto nell’immaginario del consumatore estero dalla convivialità. L’obiettivo è quello di ricalibrare quel Pinot grigio che nel Triveneto – per condizioni pedoclimatiche favorevoli e per il saper fare dei viticoltori – ha trovato il suo terroir di elezione e ha dato il via alla diffusione mondiale di questo vitigno internazionale. Un successo paradossalmente poco compreso e cavalcato che ora la doc delle Venezie rivendica puntando a rendere riconoscibile il “suo” Pinot grigio – anche grazie a un nuovo logo – e ad aumentarne il valore.

Questa in pillole la “rivoluzione del Pinot grigio” prodotto nel Triveneto sotto il marchio della doc contrassegnata, significativamente, dal ferro da gondola o pettine con tre denti (in luogo dei sei che rappresentano i sestieri, cioè i quartieri, di Venezia), dai colori della bandiera italiana e dal nome “Consorzio doc delle Venezie”.

Elementi di facile lettura per rendere intellegibile e riconoscibile questo Pinot grigio che vale circa il 40% della produzione mondiale.

La prima annata della doc, la 2017, ha appena debuttato a Vinitaly per così dire “in bottiglie ed etichette”. L’anno scorso, infatti, alla presentazione della Denominazione non c’erano né le uve e tantomeno bottiglie, ma ancora soltanto il progetto ambizioso. Ora ci siamo: la più grande doc d’Italia per dimensione territoriale – 26 mila ettari, più di 1,3 milioni di ettolitri di vino e oltre 170 milioni di bottiglie per il 96% esportati (37% Usa; 27% Gran Bretagna; 10% Germania) per un valore commerciale di 750 milioni di euro – si presenta al cospetto dei mercati e deve sapersi comunicare.

“Ora è arrivato il momento di affrontare i mercati – sottolinea Albino Armani, presidente del Consorzio Vini delle Venezie che abbiamo incontrato a Vinitaly, dove la prima annata di Pinot grigio delle Venezie, presente con 70 etichette, è stata protagonista di una Master Class per i buyer internazionali e dell’incontro istituzionale in cui – alla presenza degli attori istituzionali che hanno concorso all’istituzione della nuova doc – sono stati presentati il nuovo logo del Consorzio e la strategia di comunicazione del Pinot grigio sui mercati internazionali.

“Al Prowein prima e a Vinitaly poi – continua Armani – il Consorzio ha cominciato a muoversi nella sua nuova attività di promozione e informazione. I nostri obiettivi nella definizione della Doc erano quelli della tutela dal consumatore al produttore con in mezzo tutta la filiera della trasformazione e dell’imbottigliamento. Tuttavia i due nostri focus principali sono stati gli 10-11 mila viticoltori che nel Triveneto coltivano 26 mila ettari di vigneto e gli innumerevoli consumatori che in tutto il mondo hanno apprezzato fino ad ora l’Igt delle Venezie e apprezzeranno in futuro ancor di più il Pinot grigio Doc delle Venezie. Per farlo dovevamo agire con un sistema di controllo e un aumento percepibile e immediato della qualità dei vini. Non è stato facile perché la gestazione della nascita della Doc doveva partire da un accordo politico sul progetto tra le parti coinvolte, le due Regioni Veneto e Friuli Venezia Giulia e la Provincia di Trento”.

Una fase durata non meno di due anni con blocchi poi superati con un passo indietro sulle istanze regionali per farne due avanti nella direzione della Doc. “Tutti hanno dovuto lasciare indietro delle istanze autonomiste – prosegue Armani – per avvalorare l’ipotesi nuova nel panorama nazionale. Si tratta di un passo importantissimo che ancora il nostro Paese stenta a fare, cioè mettere insieme dei territori per raggiungere mercati che altrimenti sarebbero preclusi. E non parlo di gigantismo: il Pinot grigio aveva già in sé dei grandi numeri se pensiamo che l’85% della produzione nazionale era ed è concentrata nel Nord-est! Dotarsi di strutture e di strategie per gestire questo fenomeno enorme andava fatto. Non potevamo attendere oltre anche perché l’incremento degli ettari è costante”.

 

Aumentano ettari e qualità

Le superfici sono cresciute di tre volte in sette anni: nel 2010 in Italia c’erano 10.000 ettari contro i 30.000 di oggi, di cui quasi 26.000 in Veneto. Tra il 2014 e il 2017 l’aumento è stato del 37,2% in Veneto, del 31,1% in Friuli Venezia Giulia e del 1,9% nella Provincia di Trento.

Il disciplinare vieta l’uso di uve aromatiche nel 15% di altre varietà permesse oltre al Pinot grigio, diversamente da quanto previsto nell’Igt. A valutare omogeneità e qualità dei vini sono numerose commissioni di degustazione che prima per l’Igt non esistevano. Questo filtro, unito alla forte diminuzione di resa (-26 hl per ettaro), corrisponde a un immediato aumento di qualità.

“Non si tratta quindi di una promessa – precisa il presidente del Consorzio – ma di un dato di fatto. Oggi si certifica con maglie strette lasciando per terra dal 10 al 15% della produzione. Non è una cosa banale. Quindi quando noi abbiamo l’ardire di parlare di stile italiano è perché riteniamo che il mondo prima di noi abbia saputo identificare lo stile del Pinot grigio proprio in quello prodotto nel Nord est. Noi stiamo scoprendo ora questo concetto di stile perché la nostra visione italiana è stata sempre legata al territorio. È evidente come sia indispensabile ora comunicare bene tutto quanto fatto per accreditarci, consolidarci e crescere sui mercati internazionali, pena non trovare sbocco per la produzione di questo patrimonio in crescita”.

A certificare il Pinot grigio delle Venezie imbottigliato in zona e fuori zona è Triveneta Certificazione, un nuovo ente costruito ad hoc, che conta su decine e decine di commissioni di degustazione. L’imbottigliamento fuori zona è consentito rispettando le regole della denominazione, che prevedono l’iscrizione a sistema di controllo e l’apposizione della fascetta su tutto il prodotto che va in bottiglia. Il prodotto certificato nei primi mesi del 2018 è già superiore a 700 mila ettolitri.

 

La doc regolamenta l’esistente

“Non abbiamo costruito muri o barriere – evidenzia Armani – ma regole chiarissime da rispettare, tant’è che da oggi tutto il Pinot grigio del Nord est passerà il mirato controllo organolettico delle commissioni di degustazione che in pochi giorni sono in grado di verificare la qualità del prodotto e rilasciare le fascette. Una identificazione immediata del Pinot grigio delle Venezie avverrà attraverso l’immagine che abbiamo scelto grazie al tricolore, al ferro della gondola con tre denti e al nome della denominazione. Andremo a renderlo ancora più comprensibile, peraltro a un consumatore già fidelizzato, parlandone per raccontarne lo stile italiano. Lo stile del Pinot grigio del Triveneto ha tre punti di forza. Il primo è l’areale di produzione, che dalle Alpi e arriva al mare, vocato per terreni e condizioni climatiche quali la ventilazione, indispensabile per la sanità delle uve di questa varietà. Il secondo è la disponibilità di acqua senza la quale il Pinot grigio va facilmente in stress idrico e le uve subiscono un calo di acidità che ne penalizzano la qualità: anche nel 2017 non si è registrato lo stress idrico, come al contrario in altre regioni, e abbiamo prodotto comunque uve di qualità. Il terzo aspetto è quello antropologico del saper fare, perché Pinot grigio è una varietà difficile da coltivare, come il Pinot nero, e va gestita da persone capaci di farlo. Altre varietà come Chardonnay, Trebbiano e Garganega sono meno sensibili alle condizioni ambientali e sono più facili da coltivare, mentre il Pinot grigio se sbagli te lo fa pesare. Quindi l’aspetto umano del saper fare unito ai due prerequisiti crea le condizioni per dire che il Pinot grigio non a caso qui è ‘nato’ e concentra la maggior superficie a livello mondiale rappresentando il Pinot grigio nel mondo. Con la doc delle Venezie non abbiamo inventato niente, era tutto scritto. Non abbiamo fatto altro che mettere delle regole su ciò che esisteva già”.

 

Fascetta: garanzia della tracciabilità e del made in Italy

Accanto al Pinot grigio delle Venezie esistono nel Triveneto altre 19 denominazioni che producono Pinot grigio per 681 mila hl rappresentando il 30% della produzione di questo varietale nel Nord est, e altri 186 mila hl (9%) confluiscono in vini doc originati da blend di uve. “Se tutte le denominazioni storiche preesistenti sul territorio – sostiene Albino Armani – hanno definizioni stilistiche legate all’area di produzione, per il Pinot grigio delle Venezie, da promuovere all’estero dove va per il 96%, non possiamo ragionare con i paradigmi italiani perché ci rivolgeremmo al 4% dei consumatori. Allora sì dovremmo parlare attraverso il linguaggio delle singole Doc. Riappropriandoci del concetto anglosassone di stile lo descriviamo come vino adatto a determinate occasioni, non per accompagnare dei piatti, ma dei momenti. Verrà scelto per lo stile di vita che rappresenta, per accompagnare momenti di convivialità fortemente collegati all’italianità richiamata dall’etichetta. Quello delle Venezie non sarà mai un Pinot grigio iconico in cui trovare uso di legni o affinamenti lunghi. Non dobbiamo e non vogliamo discostarci molto da quello che eravamo, ma comunicare allo zoccolo duro di consumatori che ha creduto nel Pinot grigio finora che abbiamo deciso innalzare la qualità attraverso uno strumento di regolamentazione forte qual è la fascetta. Aver avuto l’ardire di portarlo su un vino di grandissima diffusione la dice lunga su quanto la filiera abbia avuto voglia di accreditarsi e di fare un salto doppio dai Igt a Doc, da Doc a fascetta. Oggi l’Italia con la dematerializzazione dei registri unita alla fascetta dà al consumatore, se volesse essere informato, una garanzia di tracciabilità introvabile in altri Paesi. Dietro la fascetta c’è un sistema nazionale di controllo che ci pone primi al mondo almeno sul vino, ma è troppo poco conosciuto. Il Pinot grigio delle Venezie comunicherà questa tracciabilità che tutela il made in Italy dall’Italian sounding e garantisce ai consumatori”.

 

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