Guardare al futuro della vitivinicoltura

Come? Innanzitutto conciliando tradizione e innovazione e facendo tesore degli inputi che arrivano dal consumatore. Tra cui anche e soprattutto la sostenibilità delle produzioni. Il punto nel convegno tenutosi presso l'azienda Jermann a Gorizia

di Adriano Del Fabro

Il necessario rinnovamento della viticoltura, soffre di mille preconcetti alla base dei quali c’è una sorta di paura nascosta, nelle persone, verso la scienza e la ricerca dimenticando che è da lì, come già successo in passato, che giungeranno le soluzioni ai problemi. È questa la convinzione di fondo che ha portato il gruppo di “Friuli Venezia Giulia Via dei Sapori” (un consorzio tra 20 ristoratori, 21 vignaioli e 14 artigiani dell’agroalimentare del Fvg), capitanato da Walter Filiputti, a organizzare un affollato convegno, presso la bellissima azienda Jermann di Trussio di Dolegna del Collio (Gorizia), dal titolo: “Il coraggio di guardare al futuro della vitivinicoltura”.

«Il futuro della vitivinicoltura e dell’agroalimentare italiano – ha esordito Michele Morgante dell’Istituto di Genomica Applicata di Udine -, sta nella sua capacità ineludibile di conciliare tradizione e innovazione». Ha poi proseguito illustrando i 15 anni di lavoro che sono stati necessari per realizzare una valida selezione di 10 vitigni resistenti alla peronospora e all’oidio, autorizzati dal Mipaaf nelle scorse settimane. Un lavoro che ha interessato una superficie di 2,5 ettari di vigneto, 40 combinazioni di incrocio e 10.000 progenie. Ha sottolineato, pure, l’impulso dato alla ricerca dallo svelamento, per la prima volta al mondo, del sequenziamento del genoma della vite. «La scienza ha fatto, in questi ultimi 2-3 anni, ulteriori passi avanti – ha aggiunto Morgante -. Utilizzando le tecniche della cisgenesi, si può giungere agli stessi risultati in maniera più veloce, precisa e senza “snaturare” il vitigno classico: anche “innescando” la resistenza alle fitopatie al Merlot, a esempio, l’espressione enologica del vitigno non cambia, come invece è successo con le 10 varietà resistenti da quest’anno sul mercato, che sono vere e proprie varietà nuove».

Di ragionare sui molti luoghi comuni che condizionano l’attività agricola e agroalimentare, si è incaricato Attilio Scienza dell’Università di Milano. «Conciliare tradizione e innovazione è un problema culturale – ha detto -. Non si può prescindere dall’individuare nel consumatore un soggetto innovatore. Ed è su quella figura che bisogna lavorare praticando una cultura interdisciplinare capace di divulgare correttamente e far crescere l’innovazione. Molte delle scelte di consumo attuali sono figlie della paura (il più delle volte ingiustificata) che si ripropone ciclicamente nelle varie epoche storiche. Per andare incontro al consumatore, la scienza e il vino devono raccontare storie lievi, piacevoli, facilmente comprensibili».

L’economista Michele Manelli, ha illustrato il lavoro svolto negli ultimi mesi dal Forum italiano per la sostenibilità. Un concetto basato su tre pilastri: l’uso razionale dell’acqua, la produzione di anidride carbonica e la gestione della biodiversità che, secondo Manelli «è un drive strategico per il futuro». «Infatti – ha sottolineato – è il consumatore che chiede e dà valore alla sostenibilità e alla trasparenza della filiera, dall’uva al bicchiere. Quello che stiamo cercando di fare, in proposito, con la partecipazione strategica di Unione Italiana Vini e Federdoc, è mettere a sistema i numerosi protocolli italiani applicati alla valutazione della sostenibilità aziendale e giungere, infine, a una legislazione chiara, capace di valorizzare tutta la filiera. In questo momento, i consumatori individuano l’applicazione della sostenibilità nel biologico, per il suo valore intrinseco di pratica agricola certificata, rispettosa dei tre pilastri, ma anche perché puntualmente normata dal legislatore europeo».

La viticoltura di precisione (con le sue applicazioni e i benefici prodotti), è stato l’argomento sviluppato dall’agronomo Luca Toninato. Partendo dal presupposto che, spesso, i vigneti non sono omogenei, per tipo di terreno e conseguente sviluppo vegetativo, si crea la necessità di gestire al meglio tale variabilità. Questo è proprio quello che si propone la viticoltura di precisione per la cui applicazione efficace servono: il gps, il gis, una raccolta dati ben fatta, la loro interpretazione corretta e l’utilizzo delle vrt (tecnologia e macchine a dose variabile). Tutte tecnologie già oggi disponibili e che, nel caso delle vrt, si possono avvalere di macchine adeguate da poter utilizzare in fase di concimazione, diradamento, potatura e vendemmia. «Nel solo caso della distribuzione dei fitofarmaci “a dose variabile” – ha puntualizzato Toninato – si può realizzare un risparmio economico del 15%, rispetto alla distribuzione effettuata con le tecniche tradizionali».

 

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