La svolta di Santa Margherita: la nostra nuova America

Il gruppo veneto lascia Terlato per iniziare a importare autonomamente negli Usa. Una decisione che non nasconde rischi, ma che in prospettiva consentirà di perseguire una strategia di ulteriore crescita. Ne abbiamo parlato con l'amministratore delegato Ettore Nicoletto

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Svolta epocale per il Gruppo Santa Margherita, che dal 2016 ha deciso di interrompere, dopo quasi 40 anni, la partnership con Terlato, il suo importatore negli Stati Uniti, per aprire una propria filiale direttamente a Miami. Una scelta non esente da rischi, ma che consente in prospettiva di avere un rapporto direttto con la distribuzione su tutti i 50 Stati, in modo da poter essere in continuo feeling con le evoluzioni di questo mercato fondamentale, “che va conosciuto e frequentato quotidianamente, in presa diretta – racconta Ettore Nicoletto, a.d. di Santa Margherita, in questa lunga intervista rilasciata al Corriere Vinicolo alla vigilia di Vinitaly. – L’importatore è a conti fatti una terza parte, che fa legittimamente il suo business, e questo – nonostante la nostra avventura con Terlato sia stata una win-win – costituisce un filtro che non ti consente di avere una visione sempre netta e precisa”.

Le strategie del Gruppo, che vede negli Usa il primo mercato a valore su un export totale di 73 milioni di euro nel 2015, sono molto chiare: “Vogliamo crescere ancora ed essere artefici del nostro destino – dice Nicoletto -. Il mercato Usa è il più importante per il vino italiano ed è un mercato ad alta generazione di valore. Abbiamo una posizione forte, volumetrica e di valore, e questo ci ha consentito di intraprendere la strada da soli”.

Tra gli obiettivi dell’operazione, il recupero ulteriore di marginalità, che il Gruppo conta di reinvestire a sostegno del portafoglio marchi dell’unità americana. L’obiettivo generale è mettere in risalto i diversi prodotti e non solo il Pinot Grigio. “Avevamo e abbiamo un’immagine Pinot Grigio-centrica, mentre il marchio Santa Margherita è multidimensionale, dal Prosecco al Chianti Classico riserva”, spiega Nicoletto. “Vogliamo rendere il brand più accessibile, non dico popolare ma più approcciabile”.

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