Italia e competitors a confronto nello scenario globale

Pubblichiamo la sintesi dell'intervento tenuto da Carlo Flamini, direttore del Corriere Vinicolo, nel corso della presentazione dell'Osservatorio UIV-Italia del Vino-SymphonyIRI Group

(slide di presentazione scaricabili in fondo al testo)

Pubblichiamo la sintesi dell’intervento tenuto da Carlo Flamini, direttore del Corriere Vinicolo, nel corso della presentazione dell’Osservatorio UIV-Italia del Vino-SymphonyIRI Group

Il 2012 si chiuderà in maniera positiva per le esportazioni italiane di vino. A tutto novembre, sono stati spediti nel mondo 19 milioni di ettolitri per un controvalore di 4,3 miliardi di euro. Se i volumi sono in arretramento (-9%), trainati al ribasso dallo sfuso (-21%), andato praticamente esaurendosi nel corso dell’anno presso le cantine italiane causa scarsità della vendemmia 2011, i valori invece – soprattutto nei segmenti più profittevoli – denotano una buona crescita: +6% l’imbottigliato, +15% la spumantistica, dove il fenomeno Prosecco sta contribuendo in maniera sempre più significativa.

I prezzi medi – una delle spie per valutare lo stato di salute del nostro vino in giro per il mondo – denotano crescite interessanti, da contestualizzare in una congiuntura internazionale assai complicata: +8% le bottiglie (2,90 euro scarsi), +12% gli spumanti (poco meno di 3,40 euro al litro).

 

 

Aziende italiane: la capacità di tener duro in tempi di crisi

Guardando indietro nel tempo, si nota come l’andamento del nostro export è stato abbastanza regolare nella sua crescita, soprattutto nei segmenti più profittevoli: bottiglia e spumantistica. Lievi appannamenti nella voce valori si sono avuti a cavallo tra 2008 e 2009, gli anni in cui la crisi ha incominciato a dar segni di preoccupazione: a fronte di una tenuta in volume, quello su cui i nostri operatori hanno giocato è stato il prezzo medio, limato di qualche centesimo sulla bottiglia, un po’ più pesantemente sugli spumanti. Appannamenti poi superati già nel corso del 2010, con il rientro a valori di sicurezza nel 2011, confermanti in questo ultimo anno. E’ un segno questo della elasticità delle aziende italiane e della capacità di “soffrire” in momenti di crisi, per mantenere comunque quote di mercato conquistate negli anni. Capacità che cui invece manca ai grandi colossi americani e australiani, spesso quotati in Borsa, i cui ritorni in termini di rendita agli azionisti devono essere costanti e crescenti: nei momenti di crisi, spesso, l’unica risposta è la dismissione (caso Constellation Australia, Foster’s-Treasury).

 

Due grandi categorie: Dop e Igp

Il nostro export in bottiglia è fatto perlopiù da due macrocategorie: vini Doc-Docg, o Dop (il 43% del totale volume) e vini Igt/Igp (il 47%). Poca cosa sono i vini varietali e quote di poco meno del 10% hanno i vini cosiddetti da tavola o comuni. Negli anni la quota degli Igt è andata fortemente crescendo: ancora nel 2000 il 62% dell’export in volume dei vini in bottiglia era fatto di vini Doc-Docg, quota andata erodendosi nel corso del decennio, per stabilizzarsi attorno al 40%. Segno che questi vini, più semplici a livello di etichettatura e più liberi dal punto di vista delle pratiche enologiche, sono stati individuati dalle aziende come strumenti ideali per approcciare i mercati, specie quelli nuovi e nuovissimi.

 

Italia e competitors: strategie a confronto

A oggi, la composizione delle nostre esportazioni vede ancora una forte concentrazione in pochi Paesi: sommando Usa, Canada, Germania, UK e Svizzera, si arriva al 65% del totale, con l’Estremo Oriente ancora relegato a un ruolo marginale (il 5%). Il resto è polverizzato in una miriade di piccoli e medi mercati (specie europei).

Negli anni, a fronte di un sostanziale immobilismo e conservatorismo delle nostre aziende, i competitors si sono invece mossi differenziando in maniera importante le strategie: chi ha concentrato gli sforzi su pochi e redditizi mercati (Argentina in Nordamerica, Cile in Europa continentale ed Estremo Oriente), chi ha differenziato l’offerta (Australia e Sudafrica, dirottando lo sfuso in UK e l’imbottigliato in Asia), chi invece ha puntato decisamente verso Oriente, come la Francia e gli Stati Uniti.

Tutti comunque hanno avuto come obiettivo primario, a partire dal 2008-09, quello di aggredire in maniera massiccia il mercato cinese (con annessa Hong Kong): la strategia a oggi pare quella vincente, se si considera che i Paesi che registrano la migliore crescita sul fattore prezzo sono proprio Usa, Francia e Australia.

L’Italia in questi anni è rimasta a guardare, avendo dimostrato un approccio a questo mercato abbastanza dilettantesco. E i numeri sono chiari: oggi la Francia fa il 20% del fatturato export in Cina e a Hong Kong, percentuale che sale addirittura al 35% per i vini di Bordeaux. L’Australia è al 16%, mentre il nostro Paese in dieci anni è passato da una quota dello 0,2% al 2%. Veniamo da un anno, il 2012, che ha decretato in Cina il sorpasso sull’Italia da parte di spagnoli e cileni nelle forniture di vino in bottiglia. Se questo è l’eldorado, come tutti dicono, ce la stiamo prendendo troppo comoda.

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