I maggiori importatori: prima e dopo la crisi

La seconda parte dell'analisi dell'impatto della bolla economica sugli scambi internazionali di vino. Europa maglia nera, zavorrata da UK e Germania, reggono gli Usa, mentre l'Asia rallenta vistosamente

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In un precedente articolo abbiamo analizzato l’impatto della crisi economica sul settore vino visto dalla parte dei Paesi esportatori. Chiudiamo il cerchio guardando dall’altra parte, ovvero di chi il vino lo importa, per capire quali sono stati i Paesi che hanno contribuito a zavorrare la ripresa degli scambi commerciali.

 

Partiamo dai vini confezionati, esclusi gli spumanti, ricordando che la crescita a valore nei due periodi considerati (pre-crisi, 2004/08, e post-crisi, 2009/13) aveva rallentato i ritmi di circa 3 punti percentuali, passando da un Cagr di +9,5% del pre-crisi a un +7% del post. In Europa, limitando ai maggiori importatori, la decrescita è generalizzata, anche se i diversi Paesi mostrano dinamiche molto diverse. I due blocchi più importanti, UK e Germania (rispettivamente secondo e terzo importatore mondiale a valore), perdono circa 3 e 5 punti percentuali, arrivando poco sopra l’1% nel quadriennio 2009/13. Peggio fanno due piccoli, ma importanti Paesi di sbocco dei vini italiani, ovvero Paesi Bassi e Belgio, che azzerano totalmente la crescita nel post-crisi, finendo addirittura in terreno negativo. La performance è ancora più deludente se si considera che nel pre-crisi la crescita delle importazioni era stata robusta: attorno al 9% per il Paese dei tulipani, al 6% per Bruxelles.

Le note positive, anche se comunque sono tutti accomunati da decrescite dei ritmi, arrivano da Svizzera e Scandinavia. La prima resta in terreno positivo (+7%), anche se comunque i punti persi tra prima e dopo crisi sono oltre 3. Norvegia e Svezia, che partivano da un pre-crisi di crescita simile, attorno a +13-14%, restano ancora in positivo, ma Oslo dimezza la marcia, mentre Stoccolma di punti sul campo ne lascia 8. L’unico grosso Paese ad aver aumentato considerevolmente il valore delle importazioni tra un quadriennio e l’altro è la Russia, arrivata a guadagnare oltre 6 punti, e toccando il +20% tra 2009 e 2013. A spiegare l’ampiezza della performance è il fatto che la crisi aveva picchiato molto duramente nel 2009, spazzando via da un anno all’altro 200 milioni di dollari di valore dell’importato. Questo ha influenzato il termometro del Cagr che misura la dinamica della ripresa, che comunque è stata regolare anno dopo anno dal 2010 a oggi.

 

Veniamo al continente americano, soffermandoci sui tre principali mercati. Gli Usa, culla della bolla finanziaria che ha stravolto gli equilibri mondiali, sono anche quelli che dal punto di vista del settore vino hanno retto meglio l’impatto, rimanendo in terreno di crescita (+6%) e lasciando sul campo solo 2 punti percentuali tra un periodo e l’altro. La performance di debolezza offerta dal Canada va inquadrata nel contesto del cambio dei due dollari. Se misurata in valuta locale, la decrescita c’è, ma non si va oltre i 4 punti. Riportato il valore al dollaro Usa, i differenziali tra i due periodi si allargano, attorno a -6. E’ un dato che comunque stupisce e non poco, considerando che a detta della stragrande maggioranza degli operatori il Paese è da annoverarsi tra quelli che di crisi non ha sentito parlare affatto. La peggiore performance – e questa non è affatto una sorpresa – è quella offerta dal mercato brasiliano, che cade rovinosamente da una performance di crescita galoppante (+22%) a una di crescita contenuta (+10%). Diciamo contenuta per le aspettative che questo Paese aveva ingenerato e che si vede invece relegato in una fase involutiva, non si sa quanto suggerita dall’immaturità dei consumatori o dalle pastoie burocratiche inventate dalle autorità governative per ostacolare i commerci con i Paesi extra Mercosul.

Chiudiamo la rassegna con il continente asiatico. Qui, a differenza dell’Europa, la crescita c’è ancora e anche robusta. Tuttavia, i ritmi di decelerazione coinvolgono la grande Cina come la piccola Corea del Sud, passando per Hong Kong e Singapore. Sul dato cinese ha influito notevolmente l’ultimo anno, il 2013, in cui si sono già sentite le avvisaglie della politica di austerity voluta dal Governo, con consequenziale aumento degli stock in dogana e il rallentamento delle richieste, soprattutto da Bordeaux. Stessa sorte per Hong Kong, che si rifornisce prevalentemente da Londra, e Singapore, che gioca attraverso il riexport sulla piazza cinese. Stupisce e non poco l’arretramento della Corea del Sud, Paese che negli ultimi anni aveva allacciato importanti relazioni bilaterali con l’Unione europea. Ma anche qui il discorso è simile a quello fatto per la Russia, con un 2009 davvero disastroso, e quattro anni impiegati faticosamente a ritornare ai livelli pre-crisi.

A influire invece sulla performance giapponese, l’unica che vede aumentare i ritmi di crescita, è invece il fattore cambio, con uno yen debole che ha costretto gli importatori, specie nell’ultimo anno, a fare salti mortali. Questo ha influenzato notevolmente la performance a valore del 2013 (al record storico di 103 miliardi di yen) e il suo rimbalzo dal picco al ribasso di quattro anni prima (72 milioni). Al netto di quanto detto, il saldo tra i due periodi è attivo di 7 punti percentuali.

 

 

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