Diritti d’impianto, il compromesso italiano

De Castro: "L'Italia ha chiesto e ottenuto di prorogare l'attuale regime fino al 2020. I produttori avranno la possibilità di continuare a commercializzarli evitando la perdita del loro patrimonio"

“Alla fine ce l’abbiamo fatta. Contro la prima proposta della Commissione che smantellava il sistema dei diritti dalla sera alla mattina siamo riusciti a far valere le ragioni dell’Italia e a strappare un importante compromesso”. Così Paolo De Castro, presidente della Commissione Agricoltura del Parlamento Ue, commenta con il Corriere Vinicolo uno dei passaggi chiave della riforma Pac per il nostro settore. “Un passaggio che non è stato messo in luce nella sua effettiva portata – ci tiene a sottolineare il fresco di nomina Europarlamentare dell’anno - perché se non avessimo insistito fino in fondo il nostro Paese, che detiene oltre 50.000 ettari di diritti di reimpianto e della riserva, ci avrebbe seriamente smenato. Il compromesso raggiunto prevede che i Paesi membri possano mantenere in vigore il sistema dei diritti come lo conosciamo oggi da un minimo di tre a un massimo di cinque anni. L’Italia ovviamente si avvarrà del tempo più ampio, quindi fino al 31 dicembre 2019, quando anche i nostri produttori si allineereanno al sistema delle autorizzazioni che sarà nel frattempo entrato in vigore dal 2016 nel resto d’Europa e che cesserà nel 2030 per tutti”.

Una sottolineatura importante e che finora, nel bailamme di informazioni spezzettate e a corrente alternata trapelate tra un trilogo e una riunione, era forse sfuggita. “Importante invece rimarcarlo – precisa De Castro – abbiamo dato certezze alle nostre imprese, che sui diritti di reimpianto magari avevano anche investito soldi e che rischiavano di veder svalutare se non sfumare con il passaggio alle autorizzazioni, che a differenza dei diritti non possono essere commercializzate. Autorizzazioni che, a regime, con la clausola del tetto dell’1% sul potenziale offrono un sistema di argine all’impianto selvaggio, in particolare per i vini a denominazione”.

Sul resto della riforma, in attesa dei testi consolidati, di certezza vi è – come aveva chiesto il Parlamento – l’esclusione del settore viticolo, così come di tutte le colture legnose, dall’obbligo del greening e l’estensione degli aiuti alla promozione anche all’interno dell’Ue, con meccanismi però diversificati rispetto al tradizionale schema conosciuto per i Paesi terzi: sarà un regolamento molto più simile a quello (n.3/2008) che oggi consente alle organizzazioni e associazioni interprofessionali di fare attività promozionale sulle denominazioni di origine.

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