Biologico, il workshop Valoritalia a Simei 2015

Settore in piena espansione, quello della viticoltura biologica, prende vigore da motivazioni etiche e di “mercato” e presenta, al contempo, fattori di successo e difficoltà cui far fronte ogni giorno nei vigneti, con prospettive di lungo corso

bio

Di Francesco E. Benatti

 

Al tema del biologico in viticoltura è stato dedicato il workshop “Il vino bio conquista i mercati. Strumenti, conoscenze ed esperienze” tenutosi nel contesto di Enovitis Business Simei. L’incontro, organizzato da Valoritalia in collaborazione con UIV, e moderato da Carlo Flamini, direttore del Corriere Vinicolo, ha visto succedersi prima una sezione dedicata alla ricerca e ai macchinari adatti a una buona conduzione biologica del vigneto, poi un momento dedicato al biologico nell’esperienza dei tecnici delle aziende vitivinicole italiane.

 

Le motivazioni di una scelta

Cosa porta un viticoltore a intraprendere la via del biologico? A questo domanda ha cercato di rispondere l’intervento di Enzo Mescalchin, ricercatore dell’Unità Agricoltura Biologica della Fondazione E. Mach di San Michele all’Adige. Quando si tratta di piccole aziende, con il proprietario quindi personalmente impegnato nel lavoro in vigna, le motivazioni sono soprattutto di tipo personale e mirano al miglioramento del proprio ambiente di lavoro. Anche quando si tratta di grandi gruppi nei fattori alla base della scelta sono ancora preponderanti quelli legati alla possibilità di operare in un ambiente di lavoro salubre oltre alla volontà di fare vino di qualità. Una scelta dettata da sole motivazioni economiche troverebbe un suo limite nel fatto che nella viticoltura biologica c’è una maggior corrispondenza tra andamento dell’annata e interventi in vigneto. Il relatore, nel ricostruire l’evoluzione registratasi nel tempo nel campo della difesa fitosanitaria, tanto nel settore biologico quanto in quello tradizionale, ha smentito il fatto che in annate poco facili il vigneto sia in sofferenza: “La scorsa vendemmia ha dimostrato esattamente il contrario: i vigneti biologici non solo non sono andati in stress per le fitopatie, ma hanno dimostrato di poter raggiungere buoni livelli qualitativi. Questo perché In viticoltura biologica c’è una maggiore corrispondenza tra andamento dell’annata e interventi in vigneto rispetto alla viticoltura integrata: in annate favorevoli il risparmio è notevole, in quelle negative gli interventi sono necessariamente mirati e tempestivi”.

 

L’importanza di un suolo vitale

Grazie al biologico inoltre si torna a parlare di fertilità fisica, chimica e biologica del suolo, di bilancio della sostanza organica, con un linguaggio ben diverso dal modello delle carte nutrizionali. “Il modello viticolo attuale nella generalità dei casi è in deficit nel bilancio della sostanza organica del suolo: pratiche come il sovescio diventano mezzi per avere una rinnovata attenzione nei confronti del terreno, si evolve verso miscugli ricchi di graminacee utili a proteggere il suolo dalle temperature, dalla traspirazione, dal compattamento, quest’ultimo possibile fattore di stress per il suolo. Si sperimentano modalità inedite di compostaggi aziendali mescolando i tralci al letame col triplice vantaggio di avere sostanza organica matura in breve tempo, con azoto prevalentemente organico (>98%) e ‘risanando’ i tralci”.

Insomma, si sta passando da una visione di biologico “aziendale” a una “territoriale”, dove l’attenzione viene concentrata su fattori finora trascurati: la vita intrinseca del terreno, fatta di pedofauna, microrganismi e micorrize. “Questa nuova consapevolezza dell’importanza del terreno – ha concluso Mescalchin – non è appannaggio del solo biologico, ovviamente, ma ha avuto un’accelerazione importante proprio grazie al biologico”.

Ma biologico territoriale significa anche colture biologiche radunate attorno a biodistretti, utili per prevenire fenomeni di deriva verso le colture bio, e significa soprattutto legare il non solo e non più il prodotto al metodo (sostenibile, biologico), ma legare il territorio intero con il metodo di produzione.

 

Macchinari semplici e più leggeri

Una conduzione biologica del vigneto impone il ricorso a macchinari capaci di garantire un maggior rispetto del suolo e dell’ambiente. Ne ha parlato Ruggero Mazzilli della Stazione sperimentale per la Viticoltura Sostenibile di Panzano in Chianti (SPEVIS). Si tratta per lo più di macchinari classici, anche datati, ma opportunamente modificati.

Il minor peso delle attrezzature è forse la caratteristica più comune di questi “prototipi”, requisito utile a garantire un minor compattamento del suolo: un terreno troppo compatto, o lavorato in modo scorretto, è infatti “un terreno disabitato, quindi biologicamente morto”.

La gestione dell’erba tra i filari, anche al fine di un efficace sovescio, è una delle pratiche agronomiche fondamentali della viticoltura biologica. Alla pesante trincia a rullo, ad esempio, è da preferire quella più leggera a catena. Mazzilli ha successivamente presentato altri macchinari utili alle lavorazioni meccaniche tra i filari, a quelle del sottofila, all’arieggiamento dei grappoli, alla gestione degli sfalci, alle operazioni di compostaggio. Tra le irroratrici quelle più sostenibili sono quelle dotate di tecnologie che riducano la deriva: gli atomizzatori a flusso tangenziale e quelli muniti di pannelli di recupero sono il futuro della distribuzione, almeno in viticoltura.

Oltre a questi macchinari da campagna, il viticoltore biologico può trarre grande vantaggio dall’utilizzo di tecnologie di misura dei parametri ambientali del vigneto; si tratta di sonde distribuite in vigna e collegate tramite wi-fi ad una centralina che ne elabora i dati raccolti. Le informazioni così raccolte possono inoltre essere inviate ai centri meteo locali, rendendo i vigneti parte del sistema delle previsioni meteorologiche, in un’ottica di territorio.

 

Il vio bio deve essere di qualità

La parola poi alle aziende e alle loro esperienze, attraverso le voci di Luca Pedron, responsabile del Gruppo tecnico viticolo delle Cantine Ferrari, Diego Cortinovis, responsabile agronomico dell’azienda Guido Berlucchi spa, Massimo Donadi, enologo della Casa Vinicola Botter, Leonardo Palumbo enologo della Cantina vinicola Torre Vento e Daniele Rosellini enologo dell’azienda agricola Campinuovi.

I cinque tecnici hanno raccontato ai presenti la loro esperienza diretta, accomunata dalla consapevolezza che oggi nessuno può prescindere dall’opportunità di intraprendere la strada del biologico che rimane però, inevitabilmente, una scelta di lungo periodo e mirata al futuro, anche in funzione dei tempi tecnici necessari alla conversione dei vigneti. Tutti concordi anche sul fatto che oggi un vino bio debba essere di qualità e buono: utilizzare la scusa della difficoltà insita nella produzione biologica per mascherare i difetti di un vino non è più infatti accettabile.

 

Il biologico, un’opportunità per i vini a denominazione d’origine

A chiudere il workshop è stato l’intervento di Ezio Pelissetti, consigliere delegato di Valoritalia, organizzatore dell’evento. “Il tema del bio è oggi particolarmente sentito- ha detto il consigliere delegato dell’ente di certificazione – : è dunque necessario dare garanzie ai consumatori, ma anche ai produttori. Proprio a questo scopo opera Valoritalia che accompagna le aziende nel, non semplice, processo di certificazione bio. La grande opportunità che i produttori devono oggi cogliere – ha proseguito – è quella che permette di legare la produzione di vino biologico alle Denominazioni di Origine. Insieme i due marchi di tutela sono la più importante garanzia che ci possa essere per i consumatori e non ci deve essere alcuno spazio a ipotesi di autocertificazione da parte delle aziende. In questa prospettiva il sistema dei controlli è, e deve essere, un pezzo dell’eccellenza italiana e mirare alla qualità”.

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